Escursione sui Nebrodi: la cascata Nicoletta e la grotta di San Teodoro
I Nebrodi sono una delle principali catene montuose della Sicilia, situata soprattutto nella parte del messinese. È un'area abbastanza ampia, molto boscosa e una delle più verdi della Sicilia.
La cascata Nicoletta
La cascata Nicoletta condivide il nome col torrente su cui si getta, il quale a sua volta è un affluente del fiume Furiano, uno dei fiumi principali dei Nebrodi. Altri fiumi dei Nebrodi sono il Caronia, il Pollina e il San Basilio. Non sono riuscito a scoprire il motivo del nome Nicoletta.


Lì per lì feci questa foto perché mi colpiva la situazione dell'albero, poi, arrivato a casa e rivista la foto, mi resi conto che era un'indicazione abbastanza eloquente della tendenza franosa del terreno. In quel momento però non ci feci caso.

Tutta la zona attraversata dal torrente Nicoletta è un grande bosco di sughere ovvero le quercie da sughero. La guida, che si chiama Giovanni, e un'altra persona del luogo ci hanno spiegato che la corteccia, molto sugherosa, di queste quercie viene raccolta la prima volta quando il fusto dell'albero ha raggiunto un certo diametro. Successivamente la pianta ci mette un certo numero di anni a rifarsi la corteccia e quindi è possibile fare una seconda raccolta, quindi una terza e così via. La legge impone di aspettare nove anni tra due raccolte successive. Le raccolte successive alla prima danno una corteccia meno spessa che viene chiamata fimmina mentre quella della prima raccolta, più grossa, viene chiamata masculu.

Vedendo questi alberi non ho potuto fare a meno di pensare che il tetto della mia casa è ricoperto proprio da pannelli di sughero. Inoltre la mia mente va al mio amico Ninni, che non è più qui, che un giorno mi spiegò, sollecitato da una mia obiezione, come funziona la raccota del sughero e come questa, se fatta bene, non impedisca all'albero di vivere.

Un carciofo selvatico. Quando vedo una pianta selvatica penso al fatto che a partire da quella pianta gli uomini-agricoltori hanno ottenuto, attraverso un lavoro che dura da millenni, la pianta commestibile che conosciamo e mangiamo oggi. Non so esattamente come avvenga ma suppongo attraverso successive selezioni e incroci di piante scelte ogni volta tra le migliori di una data generazione.

Di quest'altra pianta selvatica ci hanno detto il nome in siciliano ma non lo ricordo. Ricordo però che le si attribuisce un potere coagulante quindi viene applicata nelle ferite per favorirne la rimarginazione.

Qui stiamo adesso percorrendo il greto del torrente che, visto che siamo a giugno e la stagione invernale appena trascorsa è risultata poco piovosa, si presenta abbastanza ridotto d'acqua e quindi percorribile. Solo in alcuni punti l'acqua era talmente alta da non toccare coi piedi ma comunque si riusciva sempre ad aggirare l'ostacolo. In ogni caso la corrente era molto blanda, sì da non costituire alcun pericolo. In questa foto si nota la terra scura sul fianco del greto che dovrebbe essere argilla.

Questo è un particolare dell'argilla. Notare che ha un colore sul grigio scuro.

Per contrasto con la foto precedente, questa è invece sabbia. Notare che ha un colore anch'esso grigio ma più chiaro. La guida non era un geologo, e si rammaricava di non esserlo, ma frequentando i suoi amici geologi qualcosa ha ammesso di avere imparato anche lui. Ho compreso che sostanzialmente la zona è argillosa-arenitica ovvero composta soprattutto da argilla e sabbia. Una considerazione che si può fare a proposito di ciò è che vista la scarsa consistenza di entrambe queste rocce, non è possibile che si formino fossili e infatti pare che non ve ne siano. La guida ci ha detto però che in un tratto più a valle del torrente c'è una zona con roccia più consistente e pare che lì sia possibile trovare fossili.

Ecco come si presenta la valle su cui scorre il torrente.

Non si vede dalla foto ma nei tratti in cui l'acqua era più ferma, nuotavano numerose le larve di rana. Qualche rana mi è parso anche di averla vista per un istante saltare da qualche parte ma non sono riuscito ad osservarle bene.

Questa roccia, quando è integra, dà una certa impressione di compattezza ma in realtà, facendo un po' di forza con le dita, si riesce a romperla e, una volta iniziatasi a rompere, si sbriciola con grande facilità. In pratica si tratterebbe di argilla compressa, per essere stata, chissà per quanto tempo, sotto un grande peso. Giovanni, la guida, sostiene che rimettendola in acqua non ritorna più argilla. Io ho provato a metterne un piccolo pezzo in acqua e in effetti non è diventata di consistenza plastica come normalmente farebbe l'argilla, però, penso di avercela tenuta per un tempo troppo breve per esserne sicuro. Se effettivamente non ritorna più modellabile e se è vero che originariamente era argilla, vuol dire che ha subito una trasformazione chimica e adesso non è più argilla. Si tratterebbe quindi di una roccia metamorfica. Siccome anche la cottura dell'argilla nel forno rende quest'ultima non più modellabile, penso che le condizioni di forte pressione sortiscano un effetto simile alla cottura; è come se venisse cotta, in qualche modo. In effetti fisicamente sappiamo che quando ci sono forti pressioni, ci sono anche alte temperature per cui in certo senso ci sta che il sottostare ad alte pressioni produca un effetto simile alla cottura.

Penso che il processo di forte pressione avvenga quando l'argilla si trova a costituire lo sbalzo di terra ai fianchi del torrente, come abbiamo visto in una foto precedente, e lì, sotto pressione, ha tutto il tempo di migliaia di anni per trasformarsi, per "cuocersi". Quando poi ad un certo punto avviene una frana, questa roccia cade ed ecco perché se ne trovava tanta sul greto del fiume. Questo nella foto è un pezzo piccolo ma ce n'erano pezzi enormi che ci si sarebbe potuto montare sopra in dieci persone. Quando qualche volta ci sono salito su, mi preoccupavo un po' che si rompesse sotto i miei piedi, ma non è successo.

Qui si vede bene come a volte avvengano delle frane. Questa deve essere successa da un tempo non troppo lungo in quanto non è ancora ricresciuta la vegetazione.

Questo qui è un tronco d'albero mezzo seppellito sotto il terreno. Lo si riconosce come tale se si ingrandisce la foto. L'ho fotografato perché ho pensato che deve succedere così che si formano i fossili: il materiale organico rimane seppellito sotto il fango il quale lentamente, lentamente vi penetra dentro man mano che il materiale organico stesso di degrada e si aprono spazi al suo interno. Il fango quindi assume le forme interne e superficiali del corpo, si forma una specie di calco di fango del corpo il quale poi, se avrà la possibilità di solidificare, nel tempo diventerà pietra sedimentaria. A quel punto si è fatto il fossile. Questo pezzo di legno però abbiamo detto non dovrebbe essere destinato a dar vita ad un fossile, in quanto la terra argillosa-arenitica non diventa mai pietra abbastanza dura.

Questa foto, anche se un po sbiadita, è per dare l'idea delle dimensioni di certi massi. Riguardo a queste rocce così enormi non sono riuscito a farmi una rappresentazione di come sì trovino lì. Anche parlando col mio amico Silvano non siamo riusciti a convincerci di qualche ipotesi in particolare. Può essere che siano per così dire sempre state lì, oppure che siano franate ma in questo caso bisognerebbe trovare sui fianchi della valle la stessa tipologia di minerale e molto spesso questi massi non erano di argilla ma penso di calcite. L'ipotesi che vi siano stati trasportati da passate alluvioni può essere valida anche se questo ci sembrava più plausibile quando si trattava di rocce di forma arrotondata ché rotolano più facilmente. In ogni caso, l'idea che una alluvione possa trasportare per chilometri rocce di questo peso da l'idea di che razza di forze si scatenino in un'alluvione.

In questa foto sono ripresi i resti di due animali, uno e un serpente, l'altro, in alto, un rospo. Il corpo del rospo lo si riconosce ingrandendo la foto. Abbiamo fatto delle speculazioni per il fatto che i due resti sono molto vicini. Qualcuno aveva pensato che il serpente avesse mangiato il rospo e poi sia morto egli stesso di indigestione. Altra ipotesi fu che abbiano mangiato entrambi dell'erba velenosa lì nei pressi ma si è obiettato che sembra strano che serpenti e rospi siano vegetariani. Io, tornato a casa e rivedendo la foto, ho pensato che i due animali potrebbero aver lottato e poi, entrambi feriti, siano morti. In un secondo momento mi è venuta però un'altra idea: che qualche mattacchione abbia messo vicini i due resti per farci sfirniciare.

Finalmente... mi ero completamente dimenticato che il motivo della gita era una cascata.

Va bene, diciamo subito che era caldo e farci il bagno è stato un vero piacere. Ho voluto provare se riuscivo a stare proprio sotto la cascata ma questa cadendo faceva un po' male e preferii andare sott'acqua. Lì, sott'acqua, proprio sotto la caduta, si sentiva un rumore fortissimo come di un terremoto. Comunque, non volevo più uscire dall'acqua e mi decisi solo quando cominciai a sentire un certo freschetto. Mentre mi asciugavo al sole, vidi una piccola farfalla bianca svolazzare molto vicino alla cascata che pensai che se non stava attenta ci moriva, ma lei, uscita indenne dalla piccola avventura, sì andò a posare tranquilla su di un fiore lontano.

Prima di ritornare, un ultimo sguardo a quest'angolo della terra anche per chiedere scusa del chiasso che per un po' vi abbiamo portato.